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SILENT ERA, la nuova voce del cinema muto

“Il cinema, sin dalle sue origini, è stato concepito con una voce propria, anche quando questa era muta. A distanza di più di cento anni diamo una voce nuova, robusta e vibrante ad un’epoca di silenzio.”
Così, Dino Santoro ha presentato lo spettacolo al quale abbiamo assistito, uno spettacolo in cui percussioni, musiche e chitarra elettrica hanno donato una nuova identità musicale e, perché no, acusmatica, al cinema francese, sovietico, tedesco e italiano di fine Ottocento e primo Novecento.
Silent Era, la nuova voce del cinema muto.
Concerto del 14/12/2018
Sasso di Castalda (PZ), Teatro Comunale

Dino Santoro
Regia e videomaking

Giulio Colangelo

Musiche, chitarra elettrica e live electronics

Fabio Macchia / Giulio Cintoni
Percussionisti



“Il cinema, sin dalle sue origini, è stato concepito con una voce propria, anche quando questa era muta. A distanza di più di cento anni diamo una voce nuova, robusta e vibrante ad un’epoca di silenzio.”
Così, Dino Santoro ha presentato lo spettacolo al quale abbiamo assistito, uno spettacolo in cui percussioni, musiche e chitarra elettrica hanno donato una nuova identità musicale e, perché no, acusmatica, al cinema francese, sovietico, tedesco e italiano di fine Ottocento e primo Novecento.
Tutto lo spettacolo, della durata complessiva di cinquanta minuti, è stato il risultato finale di un esperimento visivo e sonoro ottenuto dal mash-up di alcune tra le più importanti pellicole della storia del cinema muto.
La narrazione, avvenuta attraverso una nuova interpretazione musicale, è stata curata dai percussionisti Fabio Macchia e Giulio Cintoni, e dal compositore, specializzato in musica elettroacustica e nuove tecnologie, Giulio Colangelo.
La presentazione, che accompagnava rigorosamente musica a immagini tratte da Filmstudie (1926) di Hans Richter, si può dire che sia stato un evento a sé stante, degno della qualità dello spettacolo vero e proprio, iniziato quando Fabio Macchia e Giulio Cintoni hanno fatto parlare le pellicole, con il loro vasto strumentario.
Sicuramente i fratelli Lumière avrebbero fatto i salti di gioia, nel sentir fischiare il treno in arrivo alla stazione. Di certo, se ci fosse stato Fabio Macchia nel 1896, avrebbero potuto parlarne, essendo stato proprio lui a dar voce alla locomotiva.
Era già tanto, per quell’epoca, adottare un punto di vista tale da porre in rilievo diversi piani dell’azione che il suono del treno veniva lasciato alla libera immaginazione dello spettatore.
Dal cinema realista dei Lumière si è passati al cinema fantastico di Méliès e il suo Voyage dans le lune (1902).
Mettendo insieme i vari pezzi che compongono il puzzle complesso di Méliès, i percussionisti hanno potuto dare sfoggio alle loro capacità tecniche per ricreare alcuni aspetti di una pellicola che è entrata nell’immaginario collettivo e che ha fatto la storia del cinema.
Non è mai passato in secondo piano, durante tutto lo spettacolo, l’operato del compositore Giulio Colangelo, che ha ricreato un ambiente a tratti psichedelico, quando ha imbracciato la sua chitarra elettrica.
L’evento è stato anche un viaggio che, insieme a Dante, ci ha portati ne L’Inferno (1911), opera a sei mani di Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguoro e Adolfo Padovan, dove tutto l’organico strumentale ha dato il massimo, perché non sarà stato facile saltare da una pellicola all’altra, tenendo d’occhio la proiezione e alta l’attenzione dei presenti in sala, servendosi di un’auricolare e seguendo un tema musicale difficile, per i più, da mantenere.
Gran parte del merito va, a mio avviso, al regista Dino Santoro, che ha saputo mettere insieme più di vent’anni di storia del cinema, senza mai far staccare l’occhio dello spettatore dalle sequenze che venivano proiettate.
I percussionisti e il compositore della formazione Keyhole, associazione promotrice di questo esperimento visivo e musicale, hanno dato il meglio di loro stessi anche nella seconda parte dello spettacolo, senza tradire le aspettative.
Chitarre pizzicate su piani orizzontali, gong accarezzati da archi, cajón, xilofoni, e perfino il servizio da tè lasciato cadere volontariamente da Fabio Macchia, per Ghosts Before Breakfast (1927) di Hans Richter, tutto giustificato da musica elettronica, e chi più ne ha più ne metta; strumenti che hanno lasciato un segno indelebile e dato maggiore impatto a film come L’uomo con la macchina da presa (1929) di Dziga Vertov, un film privo di didascalie, che andava, sul finire degli anni Venti, contro le più semplici e consolidate convenzioni del cinema muto.
L’evento ci ha portati anche nel 1925, con La corazzata Potëmkin, film di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, e in particolare sulla scalinata di Odessa.
La musica, le percussioni, i gong, perfino il triangolo, ci hanno fatto vedere, prima ancora che venissero proiettati, i cosacchi dello zar e la loro marcia verso la folla inerme, con i fucili puntati.
Esperienza dall’alto valore artistico, quello di Silent Era è un percorso che fa capire davvero quanto il mediatore tra il cervello e le mani dev’essere il cuore.


Luigi Coiro

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